Trovandosi davanti ad una richiesta simile- ossia descrivere ciò che rende un uomo sradicato- mi sono arrovellata parecchio; libri, documenti, storie sentite e risentite. Un tema che assorbe parte dei miei pensieri a riguardo. Mille lampi che sono scoppiati d’improvviso e che ho provato a riassumere in poche righe. Una tematica che è riuscita a rapire del tutto la mia attenzione. Proprio perché non è raro trovare anche al giorno d’oggi questi uomini senza radici, solo che non ce ne rendiamo conto.
Non sempre “essere sradicato” significa “ricerca”. Questo in quanto per la morale comune la parola “privo di radici” assume una connotazione negativa, riferita ad una persona che si è persa, incapace di sentirsi parte di qualcosa o di provenienza lontana. Lo stesso identico valore, più simile ad una morale di vita, che seguiva Padron ‘Ntoni, diverso da quello dell’omonimo nipote che si sentiva limitato nell’orizzonte del paesino siciliano. Lo status di sradicato, in realtà, può essere una scelta consapevole, sensata e più pragmatica di quello che si può pensare.
La parola sradicato, potrebbe essere sottilmente collegata a quella di straniero. Essere definito tale significa sapersi realizzare e saper vivere appieno senza fuggire, nonostante il timore e la paura. Questa sensazione non è che un’esigenza che si manifesta nel voler essere diversi, anticonformisti, un impulso dunque che può nascere ora dal rigetto nei confronti di una società deludente, ora da una sensazione di vuoto, ora da un’insofferenza verso tutto ciò che ci impedisce di vedere con i nostri occhi, limitandola. Chagal dipinge lo sradicato come una persona che desidera ardentemente “rivelarsi”. Lui stesso ammette: “Non vorrei essere uguale a tutti gli altri”.Egli vuole vivere alla sua maniera, vuole essere unico e irripetibile.
Essere sradicato vuol dire essere una persona distinta, essere: “uno, nessuno e centomila.”Pirandello scrive questo pensando ad un “giuoco delle parti”, partendo da una cosa insignificante, quale può essere una semplice osservazione, per poi ampliare il discorso facendoci capire che la persona sradicata è una maschera, un attore che cambia di ruolo.
Per diventare tale, occorre tuttavia scardinare ciò che le nostre radici rappresentano. Un agire che malgrado tutto è costruttivo e non distruttivo. Dice Claudio Antonelli: “Invecchiando il passato acquista un rilievo più forte, mentre il presente- come dire- si attenua e si rarefà”.Un pensiero, se così si può definire, piuttosto tradizionale e pessimista, il classico ricordo del “mos maiorum”, caro, a quanto pare, alle persone di una certa età. Lo sradicato al contrario concepisce passato e presente non più in maniera lineare ma circolare.
Lo sradicato può definirsi la personificazione dell’übermensch, dell’oltre uomo, del fanciullo nietzseschiano che sa ridere e sa accettare la teoria dell’eterno ritorno, quindi del continuo rivivere il passato. Le radici dello sradicato ci sono, eccome, con la differenza che esse non sono ancorate perennemente. Mattia Pascal potrebbe essere un’interessante figura chiave in un contesto del genere: egli sa di chiamarsi in tal modo nonostante si tratti solo di un ricordo passato, di una persona ormai defunta. Accetta questa sua condizione conscio del fatto che il nome, di per se, significa poco.Nietzsche delira mormorando “ siamo tutti i nomi della nostra storia”; Mattia Pascal ugualmente rimembra di quel suo tumultuoso passato e volta pagina, tenendo a mente quanto accaduto prima.Egli accetta tutti i nomi senza alcuna preferenza e questo lo rende staccato,un passo in avanti rispetto agli altri.
Rimane un’ultima domanda da porsi: dove vive lo sradicato? Ovunque, è la risposta più corretta. Non sapersi soli infatti significa più di quanto si possa immaginare, significa, secondo Pavese “sapere che nella terra c’è qualcosa di tuo.” L’ Étranger si risponderebbe allo stesso modo, con tutta probabilità. Ovunque c’è qualcosa che gli appartiene perché lo sradicato parla più lingue e, per dirla con Goethe, una persona è diversa tante volte quante sono le lingue che parla. Apolide o meglio cosmopolita, due concetti che nella mente dello sradicato coincidono. Arrivato a questo punto egli di può permettere di non avere documenti di identità. Il fanciullo che sa essere, parallelamente, totalmente insofferente e pienamente coinvolto nella realtà che lo circonda.
Lo sradicato è questo, in conclusione. Colui che sa essere al momento giusto mosca, fiore, donna o uomo e che quindi guarda il mondo da più prospettive. Le città per lui non sono che luoghi tra le quali può passare, camminare e dalle quali può allontanarsi per ritornare in un secondo momento. Essere sradicati non vuol dire cedere, mollare e disperarsi sentendo “nostalgia”.Lo sradicato è il “cavaliere inesistente” che sa dissolversi e rinascere di continuo, senza paura di andare avanti e scoprire nuove prospettive, nuove percezioni, nuove sensazioni. Senza paura di riviverle. Senza il timore di sentirsi solo: il tetto sotto cui vive è il cielo, il mondo la sua casa.